Poesie dei WingMakers: Camera 17

 

WingMakers – Dipinto della Camera 17 del sito Ancient Arrow
WingMakers – Dipinto della Camera 17 del sito Ancient Arrow

WingMakers − Poesie della Camera 17 del sito Ancient Arrow

(tradotte liberamente da Momi Zanda − il testo originale inglese si trova nella sezione
Poetry del sito www.wingmakers.com)

Ricordi in libertà

Ho questo ricordo
di giacere sopra una catasta di legna
mentre fisso la nera coltre estiva
che riscalda l’aria della notte.
Percepisco l’odore del cedro che brucia in lontananza
e sento voci attutite che pregano con canti e tamburi.
Non posso alzarmi né voltare la testa.
Son consapevole delle ossa e dei muscoli
ma il mio corpo non è cosciente di me.
Sta sognando mentre io sono impigliato
in una rete di tempo dispensabile.

La mia mente è ansiosa di andare oltre.
Di lasciare questa tomba illuminata dalle stelle
e di danzare con la mia gente attorno a grandi fuochi
crepitanti di fiamme irrequiete
prendendoci per mano al ritmo dei tamburi
che scandiscono col loro tenue rimbombo
monotoni comandi di vivere.

Posso solo guardare in alto al cielo
osservando, ascoltando, aspettando
che qualcosa arrivi a liberarmi
da questo luogo funebre,
ad accogliermi con braccia misericordiose
nell’oblio del bozzolo del Paradiso.
Cerco di ascoltare il suono del mio respiro,
ma riesco a sentire solo la musica della mia gente.
Cerco di muovere le mani,
ma solo ciuffi di nuvole
e la falce della luna crescente
si muovono sullo sfondo della notte nera come le ali del corvo.

Talvolta quando questo ricordo
affiora attraverso la mia pelle
purifica il panorama verso terra.
Si impone sul dramma conosciuto
con una turbolenta beatitudine
che trasuda disprezzo per l’ordine.
C’è un certo pericolo nei modi tradizionali
della mia gente che mi consegna la pelle scintillante
umile e circoscritta.
Il mio bianco appetito prosciugato delle razioni terrene.
Smarrito nella visione del diavolo,
proprio la stessa che confinò la mia gente nelle riserve –
la corte dei dannati.
(Se non altro io non ho ricordi di una riserva.)

Forse è meglio giacere su questo materasso di legna
col mio vestito di piume e pelli
cantando nel vento.
Forse sarebbe ancora meglio
essere messo in cima al capanno del pianto e bruciato
così che i prodighi ricordi non avrebbero
alcuna casa a cui tornare.

Ho questo ricordo
di sfuggire alla pallida mano
del mio padrone che mi dà da mangiare
rimasugli di menzogne e pane stantio.
La mia pelle agogna gentilezza
ma è la corda che opprime.

Ho questo ricordo
di avere dita gialle
grasse e tonde che grondano antiche eredità.
Di vedere la pancia rotonda del Buddha
che sorride dietro un volto ieratico
in templi che si slanciano contro un cielo in tempesta.
Ho questo ricordo
di sognare di volare,
di aprire le ali appena attaccate
con stringhe di permanenza
solo per cadere nelle braccia dell’oscurità.

Ho questo ricordo
di vedere il mio volto in uno specchio
che riflette la mente e l’anima di un estraneo,
e, sapendo che è il mio, di distogliere lo sguardo
temendo che diventi me soltanto.
Io sono un mosaico di ricordi in cerca di un centro.
Io sono le parole perdute in canyon silenziosi.
Io sono un’onda di luce
che si lancia indifesa sulla terra
cercando riparo nella pelle umana.

Chamber 17. Poem 1

Successivamente

Ho lasciato libere le guardie
che stanno davanti alla mia porta.
Ho lasciato che le cellule collidessero in un suicidio
fino a quando mi presero.
Se fossero rimaste storie da raccontare
le avrei udite.

Dietro le cascate di panico canalizzato
che diffondono la loro boriosa progenie
posso stare nascosto nel frastuono.
Essere invisibile ha le sue piccole preziose ricompense.
Mantiene anche visibile la durevole forma di vita
che mormora dietro l’iniquità.
Questa è davvero la sola creatura che mi curo di conoscere,
con brillanti maniere di amabile generosità che soffre
nel taciturno universo
dell’orecchio distratto.

Quando verrò scoperto – dopo essermene andato –
dal cuore di un estraneo la cui trivella
non è smorzata dall’interpretazione,
aprirò gli occhi, rimuoverò la pelle,
sveglierò dal coma il cuore,
metterò da parte il personaggio in costume
e vestirò di nuovo il padrone di casa
così che la sua immagine possa essere vista negli specchi
che ho espresso con parole origliate da Dio.
Quando queste parole vengono pronunciate
dall’altra parte ascolta un altro orecchio
che irradia conoscenza
come un laser la sua luce neutra.

La fossa comune del coraggio ci tiene tutti
nel portale della singolarità,
il sentiero di Dio del rincominciamento.

Seppur di rado, parole e immagini in qualche modo
conficcano il loro significato nel paradiso e conquistano il tempo.
E quando lo fanno
diventano l’abracadabra
del momento sacro.
La pantomima del più profondo desiderio del pubblico.

Successivamente,
l’improbabile palpebra guarda apertamente,
la pelle si ripiega,
e l’occhio eroico si risveglia e resta vigile.
Successivamente, le parole mangiano la carne e scartano l’indigeribile amarezza.
La spoglia emozionale si trasforma,
un’irrisolvibile solitudine.
L’apparenza della separazione.

Chamber 17. Poem 2

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