Contatti cosmici. 1: Message in a Bottle

Monte Arcuentu
Monte Arcuentu

L’altra notte, mentre come mio solito decongestionavo la mente prima di andare a dormire facendo zapping in cerca di qualche brandello di programma da poter guardare, mi sono imbattuto in un concerto dei Police, tenuto chissà dove decenni fa, anche a giudicare dall’età che dimostrava Sting. Io adoro Sting, come artista e anche come persona e ho avuto la fortuna di poterlo vedere e ascoltare dal vivo in un concerto all’Anfiteatro romano di Cagliari. Così non appena ho captato le riconoscibilissime note di Roxanne mi sono fermato ad ascoltare. Finita Roxanne è stata la volta di Message in a Bottle, una delle mie preferite. Mentre la ascoltavo non ho potuto fare a meno di collegarla all’estate del 1980, della cui “colonna sonora” quella canzone dei Police uscita recentemente era stata una parte importante.
E in quella stessa estate erano avvenuti due eventi molto significativi per me, che solo recentemente ho collegato tra loro.
Quell’estate come gli anni precedenti ero tornato da Bologna, dove cercavo di studiare astronomia, a Cagliari, per trascorrervi la maggior parte delle vacanze estive. Ma a differenza degli anni precedenti in cui quei mesi cagliaritani erano solo una piacevole parentesi nella mia vita bolognese, in quel caso mi stavo preparando invece al ritorno perché, per quanto ancora non ne avessi parlato con nessuno, avevo praticamente già deciso di lasciare Bologna e continuare gli studi nella mia città.
Ero piuttosto confuso sulla direzione che avrei dovuto dare alla mia vita, e nonostante avessi appena ventidue anni avevo già accumulato un’esperienza di vita piuttosto pesante e dolorosa. Ormai da più di un anno avevo superato, almeno temporaneamente, da solo e senza l’aiuto di nessuno una depressione molto profonda, e questo mi aveva reso molto più forte e sicuro di me, ma aveva lasciato uno strascico di confusione e indecisione e ansia di cui avevo difficoltà a venire a capo. Ricordo che proprio in quel periodo si era riacutizzata in me la sensazione, che già in altri periodi della mia vita avevo avuto, di essere un extraterrestre che era stato mandato in missione sul pianeta, ma che si era dimenticato di che missione si trattasse. Ovviamente non ero pazzo, né squilibrato, ed ero perciò perfettamente consapevole di essere un umano nato nel modo tradizionale su questo pianeta. Ma una parte di me si sentiva invece un extraterrestre, abbastanza estraneo alla Terra, o almeno all’attuale civiltà diffusa sul pianeta. E ho sempre fatto una gran fatica ad adattarmi alle esigenze e alle usanze della società in cui mi ero trovato a nascere.
In ogni caso, ricordo che nel corso di quell’estate molto spesso la notte mi affacciavo a una delle finestre della casa dei miei genitori, dove ero tornato ad abitare per l’estate, e fumando un’ultima sigaretta guardavo le stelle e pregavo telepaticamente gli extraterrestri di venirmi in aiuto, di aiutarmi a ricordare chi fossi e cosa fossi venuto a fare sulla Terra. In quel momento era il mio modo di pregare, ed ero totalmente sincero nel farlo.

In quel periodo, come ho detto, fui protagonista di due eventi che allora furono molto importanti per me e che tuttora ricordo vividamente. Non saprei neanche dire con sicurezza in che ordine si siano verificati, dal momento che fino a poco tempo fa non li avevo mai collegati tra loro, ma credo che in ordine temporale debba collocarsi prima la scalata del Monte Arcuentu, che avvenne probabilmente all’inizio dell’estate.
Il termine scalata in realtà è eccessivo. Si tratta di un trekking di due o tre ore, in un sentiero escursionistico del CAI non particolarmente impegnativo e che chiunque con una buona forma fisica è in grado di compiere. Qualche mese fa la mamma ottantenne delle due sorelle che gestiscono uno degli agriturismi nei pressi del Monte Arcuentu mi disse di esserci salita diverse volte, e l’ultima era stata alcuni anni prima, tre o quattro, non ricordava bene.
Si tratta comunque di percorrere quasi tre chilometri in salita, con un dislivello di 450 metri. Ma ne vale la pena.
Il Monte Arcuentu è un monte di origine vulcanica alto 785 metri ed è la cima più alta di una catena rocciosa, anch’essa di origine vulcanica, lunga 8 chilometri che corre più o meno parallelamente alla Costa Verde, la costa sudoccidentale della Sardegna, che a mio parere è uno dei tratti più belli delle coste sarde. Il suo torrione di roccia è visibile da grande distanza, anche dalle spiagge della zona, come quella di Piscinas.
Visto dal basso il torrione del Monte Arcuentu può sembrare nudo e scabro, ma una volta arrivati in cima ci si ritrova dentro un lussureggiante bosco di lecci. Un bosco primario, non modificato dall’uomo. Un luogo naturale traboccante di energia e di sacralità. Nel bosco ci sono i resti – poche pietre – del castello di Arcuentu, che nel tempo era diventato un monastero dedicato a San Michele Arcangelo. Ma sicuramente ci sono stati insediamenti più antichi. Sul monte o nei pressi sono stati trovati reperti romani e punici. E io sono sicuro che il monte era un luogo sacro anche per gli antichi sardi, quelli che oggi chiamiamo nuragici. I nuragici conoscevano perfettamente i luoghi di potere della terra in cui vivevano, e un luogo come il Monte Arcuentu non avrebbe potuto certo passare inosservato.
Dal monte si gode una vista meravigliosa della Costa verde. Io avevo avuto la fortuna di ammirarla mentre il sole davanti a me si avviava al tramonto.
Anche se come ho detto salire in cima non è particolarmente impegnativo, per me era stata un’impresa abbastanza difficile. Avevo ventidue anni ma pur essendo abbastanza agile avevo un fisico non allenato e non ero abituato a camminare in mezzo alla natura, se non per brevi tratti. Per di più avevamo scelto male i tempi. Eravamo arrivati ai piedi del monte verso le undici del mattino, e perciò compimmo la salita nelle ore più calde della giornata, e il sole era impietoso. Il primo tratto, che sembrava il più facile essendo un pendio non particolarmente ripido, si rivelo invece per me il più faticoso. C’era stato un incendio di recente. Camminavamo in un paesaggio spettrale affondando spesso i pedi in una sottile coltre di fuliggine che si sollevava al nostro passaggio. Per di più nel salire vedevo di fronte a me il torrione di roccia che dal basso mi sembrava insormontabile, almeno per me. L’amico che ci aveva proposto l’escursione e che già conosceva la cima ci aveva parlato di un bosco sulla vetta, ma, immerso in quella desolazione, la cosa mi sembrava impossibile e pensavo che il mio amico avesse ingigantito la presenza di qualche albero.
Per me quell’escursione in quel momento rispecchiava la sfida con la mia vita, di cui non ero ancora venuto a capo. In alcuni momenti fui addirittura tentato di rinunciare, pensando che non sarei stato capace di arrivare fino in cima e che in ogni caso probabilmente non ne valeva neanche la pena. Ma ormai eravamo troppo lontani dalla macchina. Non volevo tornare indietro da solo, anche se fui tentato dalla decisione di fermarmi nel mezzo di quella desolazione e aspettare lì che gli altri tornassero. Continuai invece, e una volta arrivati al torrione di roccia la salita fu molto più facile di quello che avevo immaginato. C’era una sorta di sentiero abbastanza agevole e in breve tempo ci ritrovammo in cima, e ci godemmo l’energia e i doni del monte.
Ripensandoci ora, più di trent’anni dopo, quel pellegrinaggio sul Monte Arcuentu ha rispecchiato esattamente il corso della mia vita, che dopo una prima parte estremamente difficile e dolorosa (il pendio), in cui spesso mi sono chiesto che senso avesse continuare e sono stato tentato di cedere e rinunciare, in questa seconda parte (il torrione), che da lontano sembrava particolarmente difficile, si sta rivelando invece un cammino tutto sommato agevole che mano a mano che lo percorro dispiega un panorama sempre più spettacolare mentre si arriva al bosco.

Come ho detto prima, non sono sicurissimo della sequenza degli eventi, ma fu probabilmente un mesetto dopo quell’escursione  che ebbi un’esperienza particolarmente forte e sconcertante, che io interpretai senza il minimo dubbio come un contatto telepatico con un extraterrestre. Nel racconto “Solo chi beve …” della mia raccolta La mia vita con le pulci, descrivo dettagliatamente questo episodio, narrandolo in terza persona e attribuendolo a Manuel, uno dei miei alter-ego letterari. Il testo descrive esattamente quello che mi era successo in un giorno d’estate del 1980, poco tempo dopo l’escursione sul Monte Arcuentu.

«Nonostante la stanchezza, non riusciva ad addormentarsi. Troppi pensieri gli affollavano la mente. Si sentiva perfettamente lucido. Dalla finestra aperta si percepiva che l’aria aveva leggermente rinfrescato. Forse era entrato un po’ di maestrale. Manuel cominciò a sentire un debole suono che proveniva dalla strada, come una musica piuttosto monocorde. Il suono crebbe velocemente. Inconsciamente tese l’orecchio. Pensò all’autoradio di qualche macchina coi finestrini aperti che si avvicinava lungo il viale sotto casa sua. Ma in tal caso il suono avrebbe dovuto raggiungere il suo acme in un brevissimo spazio di tempo, per poi scemare nuovamente con l’allontanarsi dell’auto. Invece il volume crebbe, come se la fonte sonora si avvicinasse rapidissimamente al suo orecchio. Non era una musica, semmai una vibrazione. Una serie di microimpulsi sonori con diverse modulazioni e senza un percettibile intervallo l’uno dall’altro. Si ritrovò a cercare di individuarne un ritmo, forse un significato. Il suono, senza che lui avesse minimamente il tempo di rendersi conto di quel che stava accadendo, gli penetrò attraverso l’orecchio nel cervello, amplificandosi per un istante e trasformandosi all’improvviso in un’esplosione di forme e di colori, come se quella vibrazione fosse stata in grado, attraverso chissà quale effetto di risonanza energetica, di attivare i suoi circuiti neurali secondo un programma prestabilito. Nello schermo interiore della sua mente fu proiettato il volto di un uomo. Che fosse un uomo era indubbio, ma qualcosa nella forma del viso, negli occhi, in particolare, gli fece dubitare che fosse terrestre. Nonostante la sua espressione fosse amichevole e del tutto rassicurante, e il suo sorriso pervaso di dolcezza, Manuel cominciò ad avere paura. Non capiva cosa gli stava succedendo. Per quanto assurdo gli sembrasse, l’unica cosa che riusciva a pensare è che un essere appartenente a una civiltà aliena e tecnologicamente avanzatissima si fosse collegato con la sua mente attraverso una sorta di comunicazione telepatica. «Mi dispiace per questa intrusione» gli comunicò l’alieno, «ma non si poteva fare altrimenti.» L’immagine svanì. La paura di Manuel giunse al suo apice. Si sentiva una cavia di laboratorio. Si rese conto di essere completamente paralizzato. Provò a muovere una mano, inutilmente. Avrebbe voluto urlare ma non era più padrone di un solo muscolo del suo corpo. Ebbe la sensazione che una mano immateriale frugasse nei meandri più reconditi della sua mente. Totalmente impotente, senza riuscire a immaginare cosa l’alieno avesse voluto dire né tantomeno cos’altro gli sarebbe accaduto, capendo perfettamente che qualunque ulteriore tentativo di resistenza sarebbe stato del tutto inutile, decise di assecondare quella sconcertante esperienza, si lasciò andare.
La sua mente si espanse. Si ritrovò proiettato in uno spazio colmo di innumerevoli sistemi di mondi. Pianeti simili a piccolissime sfere d’argento — o forse erano elettroni — ruotavano vorticosamente attorno a sfere più grandi. Il tempo e lo spazio non avevano più dimensioni finite. Percepì che quell’immenso universo era dentro di lui. Per un istante ineffabile fu consapevole di un’eternità di tempo nel corso del quale lui esisteva, e quell’istante era l’eternità.
Era quella la dimensione, il mistero, che stava cercando. Prima che il suo io si perdesse — capiva che quello era il rischio — si ritrovò sdraiato nel suo letto, nella penombra notturna della stanza, nuovamente padrone di sé stesso. Automaticamente la sua mano andò a cercare il pacchetto di sigarette sul comodino, se ne accese una. Era turbato, ovviamente. Quell’esperienza, nonostante il comprensibile terrore iniziale, era stata stupefacente, unica, non certo paragonabile a qualunque altra da lui vissuta sotto l’effetto delle varie droghe, come la psilocibina o l’acido lisergico, che negli ultimi anni, per sete di conoscenza e avventatezza giovanile, aveva voluto sperimentare. Non solo era sicuro di essere davvero entrato in contatto con un essere reale, per quanto appartenente a una civiltà, o forse a una dimensione, diversa dalla sua, ma era anche certo che quel contatto aveva risvegliato dalle profondità del suo inconscio una memoria latente. Sentiva che qualcosa dentro di lui era cambiato irreversibilmente.»

Avevo lanciato il mio messaggio nella bottiglia, il mio SOS, chiedendo alle stelle di venirmi in aiuto, e il mio messaggio era stato ascoltato. Non ho mai capito bene cosa sia successo quella notte, ma sono sicuro che si sia trattato di una precisa risposta alle mie richieste. Qualcosa era stato sbloccato dentro di me da quell’intervento alieno, e ora sono anche convinto che davvero non si poteva fare in altro modo e che quella che poteva essere vista come un’interferenza arbitraria era invece per così dire autorizzata dalla mia sincera preghiera di ricordare chi ero, e da dove venivo. Ero pronto per iniziare a farlo.
Durante quel contatto alcune memorie erano state risvegliate in me, anche se la mia coscienza ordinaria ci avrebbe messo alcuni decenni per iniziare a percepirle e diventarne consapevole. Da quel momento in maniera naturale e grazie a una serie di sincronicità spesso “magiche”, la mia vita riuscì nel corso di alcuni anni a trovare una sua direzione, che prese una forma più concreta l’anno dopo, quando conobbi il mantra buddista Nam-myoho-renge-kyo, di cui mi innamorai immediatamente dalla prima volta che provai a recitarlo, e iniziai a praticare il buddismo di Nichiren continuando per quasi trent’anni. Ma non voglio raccontare la storia della mia vita, e perciò è meglio che torni a questi ultimi mesi.

Solo recentemente ho messo in relazione l’escursione al Monte Arcuentu col contatto telepatico con l’umano extraterrestre.
A metà aprile mi è arrivata via mail la locandina di invito a un seminario che si sarebbe tenuto a luglio proprio ai piedi del Monte Arcuentu. Era un incontro di meditazione e contatto tenuto da Ricardo Gonzalez, un famoso contattista peruviano. Andando a spulciare su internet e trovando un paio di sue interviste in italiano e in inglese, venni a sapere che Ricardo era in contatto con gli extraterrestri fin da ragazzino, e per due volte era stato a bordo di una loro astronave. Decisi ovviamente che volevo conoscerlo, non potevo farmi sfuggire un’occasione simile.
È stato allora che ho iniziato a capire che il Monte Arcuentu aveva un ruolo molto più importante di quello che superficialmente gli avevo attribuito io, che pure lo veneravo. Era un punto di connessione. Non ho particolari competenze in materia, ma in questi ultimi anni ho imparato a comunicare con i luoghi e a percepirne le energie. E non avevo dubbi che il Monte Arcuentu fosse molto potente.
Un mese prima del seminario, con due amiche che avevano deciso di partecipare assieme a me, sono andato in avanscoperta nell’agriturismo Costaverde dove il seminario si sarebbe tenuto. Dall’agriturismo si vede il torrione imponente del Monte Arcuentu. Inevitabilmente riandai col pensiero a quel lontano giorno dell’estate del 1980 in cui con tre amici ero salito fino alla cima e avevo potuto ammirare un panorama mozzafiato, uno dei più bei ricordi della mia vita. Finalmente ero tornato, dopo un lungo percorso di crescita e maturazione. Mi raccolsi alcuni minuti davanti al monte, in silenzioso colloquio, onorandolo e ringraziandolo per la sua presenza. Avrei desiderato che mi parlasse, ma non volevo nutrire troppe aspettative per non sporcare quel momento sacro. La sua risposta invece mi arrivò chiara e nitida. «Il Monte Arcuentu parla sempre con chi è puro di cuore,» mi disse. E poi mi rassicurò che il seminario sarebbe andato molto bene e avrebbe aperto anche per me nuovi canali di comunicazione con le civiltà extraterrestri che ci stanno prestando assistenza in questa difficile fase di transizione del pianeta e dell’umanità.

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