Viaggio in Perù. 11: Il ritorno

La sera cenammo alla locanda dello sciamano. Dopo cena lo sciamano mise al centro della stanza un grande braciere con un bel fuoco di legno di palo santo, che bruciando come un incenso emana un profumo forte e delicato al tempo stesso e ha la principale funzione di purificare luoghi e persone e disperdere le energie pesanti. Ci sedemmo tutti attorno al fuoco a chiacchierare. Un musicista prese una chitarra e suono alcune sue canzoni, molto belle e suadenti. L’atmosfera era totalmente rilassata e informale. Sarei rimasto volentieri un po’ più a lungo, ma ero stanco e per partecipare avrei dovuto impegnarmi a capire le conversazioni in inglese, e non ne avevo voglia, così me ne andai a dormire.
La mattina dopo prendemmo il treno nella direzione inversa, da Agua Calientes a Ollantaytambo. Alla stazione di Ollantaytambo cominciarono i commiati, perché solo pochi di noi, sei o sette in tutto, che trovammo posto su un unico furgone, erano diretti a Cusco. Gli altri sarebbero tornati a Pisac per trattenersi ancora qualche giorno. Forse c’era un po’ di tristezza nel lasciarci, ma salutandoci prevaleva l’apprezzamento e la gioia per esserci conosciuti.
Quando arrivammo a Cusco, in Plaza de Armas, ci separammo anche con gli altri. Io e la mia amica andammo prima di tutto a mangiare in una trattoria la vicino dove ci rifocillammo ampiamente. Poi passammo all’albergo dove avevamo alloggiato alcuni giorni prima per ritirare i bagagli che avevamo lasciato in custodia. Per fortuna a Cusco tutti gli alberghi accettano di tenere in deposito i bagagli che uno per comodità non vuole portarsi dietro, senza alcuna spesa aggiuntiva. Un taxi ci portò nell’alberghetto che avevamo prenotato per la notte, che per fortuna era in pieno centro, a poco più di dieci minuti da Plaza de Armas. Così potemmo approfittarne per girare la città fino a notte. E anche la mattina dopo avemmo tutto il tempo di approfondire la nostra conoscenza di Cusco, andando tra l’altro a visitare il Qorikancha (Il Tempio del Sole o Tempio d’Oro), il tempio principale dell’antica capitale Inca, un tempo riccamente decorato in oro, che adesso si trova all’interno di un vastissimo e splendido monastero cristiano, il Convento di Santo Domingo. All’interno è anche conservata una spessa lamina d’oro di forma vagamente pentagonale che espone la visione cosmogonica degli Inca attraverso una complessa e profonda simbologia.
Quando fu l’ora salimmo su un taxi — chiamato e pagato molto gentilmente dall’albergo, come riparazione per il fatto che nell’ala dove stava la stanza della mia amica era mancata la luce dalla sera fino al mattino. In meno di mezz’ora arrivammo all’aeroporto.
Prima della partenza ci fu un piccolo contrattempo senza importanza — due doganieri ci chiesero di seguirli coi bagagli nel loro ufficio e li perquisirono, alla ricerca di hashish o marijuana. Devo dire con grande rispetto e delicatezza. Vuotarono quasi interamente la valigia senza spiegazzare niente e poi rimisero tutto a posto ordinatamente.
Da allora in poi tutto il viaggio fu interamente in discesa. I tempi d’attesa tra un volo e l’altro erano sufficientemente larghi. Se per assurdo anche stavolta le valigie non fossero arrivate non sarebbe stato un grosso problema, visto che stavamo tornando a casa. Potevamo abbandonarci al flusso senza problemi.

Dall’aereo mentre vedevo la Valle Sacra e le ande allontanarsi dietro di noi provai indubbiamente una certa tristezza, come quando ci si separa da una persona profondamente amata. Ma la felicità di essere riuscito a concretizzare il sogno di vedere Machu Picchu prevaleva su tutto.
Neanche la tratta più lunga, quella tra Lima e Amsterdam, fu particolarmente pesante. A tratti, riuscii anche a dormire e quando arrivammo ad Amsterdam mi sentivo abbastanza fresco e riposato. Poco prima dell’arrivo avevo cercato a lungo i miei occhiali, prima di accorgermi che erano finiti sul pavimento. Erano ormai del tutto inutilizzabili. Qualcuno gli aveva inavvertitamente calpestati rompendoli in due. Nulla di grave, avevo già in programma di fare una visita di controllo e di cambiarli, perché non mi andavano più tanto bene. Ma il fatto che alla fine del viaggio sull’aereo che mi riportava in Europa i miei occhiali si fossero rotti mi sembrò anche un segno, come se l’universo mi dicesse che la mia visione era ormai radicalmente cambiata e avevo bisogno di strumenti nuovi.
Da Amsterdam ci imbarcammo sul volo per Roma e da Roma su quello per Cagliari. Prima delle undici eravamo di ritorno nella nostra amata città, nell’isola magica. Anche i bagagli arrivarono senza ulteriori ritardi. Dopo averli ritirati uscimmo fuori per fumarci la solita sigaretta. La mia amica, che abitava fuori città, era d’accordo con un autista della sua zona che sarebbe venuto a prenderla. Io aspettavo mio fratello, che quando ero a Fiumicino mi aveva inviato un sms per offrirsi di venirmi a prendere, visto che era in città.
Prima di separarci io e la mia amica ci abbracciammo con trasporto e con gratitudine. Lei per me era stata una compagna di viaggio preziosa e indispensabile, e credo che anch’io lo fossi stato per lei.
Il viaggio a Machu Picchu era finito, ed iniziava la gestazione.

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