Viaggio in Perù. 4: Prima della Cerimonia

Come ho già accennato, le esperienze con le piante maestre (che in occidente chiamiamo piante psicotrope) non erano assolutamente lo scopo del mio viaggio né lo avevano in alcun modo motivato. Ho già spiegato all’inizio di questo diario che il mio viaggio in Perù era nato da un’ispirazione di Kryon e aveva l’intento di partecipare in prima persona al processo di spostamento della Kundalini della Terra, di conoscere uno dei più importanti luoghi di potere del pianeta e sintonizzarmi con esso, e anche, è giusto dirlo, di creare (o ricreare?) un canale di comunicazione tra il Perù e un’altra antica terra megalitica, la Sardegna.
Però è inutile negare che la scelta proprio di quel seminario sciamanico fra altri possibili era stata sicuramente influenzata dal fatto che fossero previste anche le cerimonie con le piante maestre. Per esperienza personale so che determinate sostanze — pur con una serie di rischi che sono connessi al loro uso e che andrebbero presi in seria considerazione — hanno il potere di spostare lo stato di coscienza su livelli più elevati e possono quindi aprire la mente a nuove visioni e nuove realtà, aiutando ad ampliare la propria consapevolezza e di conseguenza a migliorare la qualità della vita.
Ho sempre considerato almeno una parte delle cosiddette “droghe” come un possibile strumento per l’esplorazione della coscienza, e molte di esse sono state usate a questo fine per migliaia di anni dalle popolazioni indigene di tutto il pianeta. Nelle mie sperimentazioni giovanili ho provato inevitabilmente l’hashish e la marijuana, che nelle situazioni adeguate possono consentire una notevole apertura della coscienza. A diciott’anni, con una buona dose di irresponsabilità  ho fatto un acido (acido lisergico, l’LSD) offertomi gentilmente all’entrata di un concerto dei Van der Graf Generator, ad Amsterdam. Ho voluto sperimentare la cocaina (sniffata alcune volte) e l’oppio, masticato per cercare di comprendere meglio alcune esperienze letterarie legate a questa sostanza. Una volta, quando vivevo da studente a Bologna, con un’amica avevamo condiviso una dose di psilocybe, un fungo allucinogeno sudamericano. Eravamo in campagna, nella zona del Colle di San Luca, e dopo un po’ di tempo in cui ci sentivamo piuttosto delusi perché il fungo non stava facendo effetto, iniziammo a renderci conto che la realtà che ci circondava era cambiata, aveva colori più nitidi, ogni cosa appariva in risalto e anche minuscoli dettagli come un insetto su un filo d’erba lontano da noi potevano essere visti con estrema chiarezza come se fossero sotto una lente di ingrandimento. Io mi sentivo in totale armonia con la realtà che mi circondava, e fino a sera, anche dopo essere tornati in città, io e la mia amica avevamo vissuto in una dimensione magica, quasi in un universo contiguo a questo. Ma mai nessuna di queste esperienze mi ha portato a perdere la nozione della mia identità o il controllo di me stesso, quando era utile averlo.
Sicuramente l’esperienza con LSD è stata la più forte in assoluto e, devo dire, mi ha aperto la mente e ha avuto un influenza molto positiva sulla mia vita. Ho vissuto tre o quattro ore in un sogno completamente realistico dove le immagini si trasformavano davanti ai miei occhi senza che avessi alcun controllo su di esse. Il palco del teatro poteva spalancarsi su uno spazio cosmico con processioni di monaci e teorie di galassie e per me era la cosa più naturale del mondo. Ai miei occhi era tutto vero, ma capivo anche che quella realtà alternativa in cui ero immerso apparteneva a una diversa dimensione della coscienza e che non poteva essere confusa con la realtà tridimensionale nella quale mi muovevo abitualmente. In ogni istante del viaggio ero rimasto consapevole di chi ero, del fatto che fossi sotto l’effetto dell’LSD, che non c’era nulla di cui preoccuparsi e che, anche se avessi perso l’aggancio con la realtà, c’erano comunque i miei amici che erano lucidi e mi avrebbero aiutato se avessi avuto difficoltà. Non avevo neanche vent’anni, ma pur di fronte agli effetti di una delle sostanze psichedeliche più potenti ero comunque riuscito a stare fermamente centrato su me stesso.

In età molto più matura ho intrapreso un percorso basato sugli stati alternativi di coscienza, senza l’uso di sostanze di alcun genere. In particolare ho portato avanti per un paio d’anni una terapia regressiva alle vite precedenti, ovviamente rivissute attraverso lo strumento della trance, e ho partecipato a una quindicina di seminari di respirazione olotropica, un metodo di respirazione molto efficace, ideato dallo psichiatra Stanislav Grof come risultato dei suoi numerosi anni di studi e sperimentazioni con l’LSD, che provoca gli stessi suoi effetti in una maniera del tutto naturale basata sul respiro. Nel corso di questi seminari ho vissuto tantissime esperienze intense e profonde, talvolta dolorosissime e spesso estatiche. Ho affrontato e sciolto numerosi blocchi psicologici, emozionali ed energetici, e ho iniziato i miei contatti con l’Arcangelo Michele. Ma anche durante le esperienze più profonde e coinvolgenti una parte di me sapeva chi ero e in che luogo mi trovavo, ed ero anche perfettamente in grado di non fare movimenti inconsulti che potessero danneggiare me o chi mi stava vicino.
Non mi sentivo perciò “alle prime armi” nella mia decisione di partecipare a un seminario incentrato sull’assunzione dell’Ayahausca e del San Pedro.
«L’ayahuasca», copio da un sito specializzato: «è una liana sacra dell’Amazzonia, che cresce in tutto il Rio delle Amazzoni, dalla Colombia al Perù, Bolivia, Brasile e Guyana. È nota e rispettata da tutti i popoli indigeni come una pianta curativa e “pianta maestra” in quanto rappresenta la base delle loro medicine tradizionali. Il tè, chiamato anche Ayahuasca ma composto sia dalla liana che da un altro arbusto, viene usato da più di 5.000 anni dagli sciamani del Rio delle Amazzoni per raggiungere stati amplificati di coscienza e dunque effettuare rituali di guarigione.»
«Il cactus Huachuma, detto anche San Pedro,» cito sempre dallo stesso sito, «rappresenta forse la pianta sacra di guarigione olistica da più tempo usata in Sud America. L’uso cerimoniale del cactus per la cura, la magia e la divinazione è una tradizione che continua in Perù da oltre 3.000 anni, oggi in gran parte secondo le pratiche rituali sincretiche post coloniali della Mesa.» Della trentina di alcaloidi contenuti nel cactus Huachuma uno dei principali è la mescalina.
Sicuramente le cerimonie con l’Ayahuasca e il San Pedro sarebbero state due esperienze impegnative e forse difficili, ma la mia curiosità era tanta e del resto mi sentivo del tutto sicuro e forte dell’esperienza da anni accumulata nel campo degli stati alternativi di coscienza e delle energie. Perciò il giorno della prima cerimonia ero assolutamente tranquillo e rilassato, senza la minima traccia di ansietà. Dopo il pranzo saremmo rimasti digiuni fino alla cerimonia, prevista per le nove di sera, e ognuno poteva usare quel tempo per prepararsi spiritualmente nel modo che preferiva. Alle otto era fissata una riunione per avere dettagli e istruzioni sullo svolgimento della cerimonia. Io dopo pranzo mi riposai un poco e feci anche una meditazione. Poi girellai nel residence cercando di mettermi in sintonia con il luogo e soprattutto con le Ande che mi circondavano. Il tempo trascorse molto velocemente e come previsto ci ritrovammo tutti assieme alle otto per avere chiarimenti e istruzioni.

Ci eravamo riuniti nel maloka, un’ampia costruzione circolare con il tetto conico di canne, usata per le riunioni, per le lezioni di yoga kundalini che si svolgevano alcune mattine e per le cerimonie. Tra le popolazioni indigene dell’Amazzonia viene chiamata maloka la casa comune, che veniva usata la sera anche per raccontare e così tramandare i miti e la conoscenza degli antenati. Può essere quindi considerata anche una sorta di tempio, e in questo modo veniva utilizzato per le cerimonie con l’Ayahuasca. All’interno lungo la parete circolare erano sistemati dei materassini abbastanza comodi, con un po’ di cuscini e coperte, sui quali ognuno di noi si sedette. La sala era piena perché oltre al nostro gruppo, formato da una ventina di persone, c’erano numerosi “ospiti” venuti solo per la cerimonia e cinque o sei “anziani” (non d’età, bensì nel loro percorso con l’Ayahuasca) che avrebbero coadiuvato l’organizzatore del seminario nel condurre la cerimonia. Perciò lo spazio fisico a disposizione di ognuno era piuttosto ridotto. Io ero abituato ai seminari di respirazione dove ognuno ha a sua disposizione un ampio spazio dove sdraiarsi e potersi muovere, se lo desidera. Invece seppi che dopo l’assunzione dell’Ayahuasca saremmo dovuti rimanere seduti ed evitare quanto possibile di sdraiarci, così da poter mantenere meglio la nostra presenza interiore, con l’aiuto del respiro, anche nel mezzo di potenti visioni.
In realtà sull’Ayahuasca sapevo ben poco. Avevo parlato con alcune persone che l’avevano provata, e mi era stato detto che facilmente il vomito e la diarrea erano tra gli effetti provocati dalla sua assunzione. Ma le spiegazioni che furono date in quell’occasione chiarirono che non si trattava di eventuali effetti collaterali bensì del principale meccanismo di purificazione a livello fisico prodotto dalla pianta maestra, che non a caso era chiamata dagli indigeni anche “La Purga”. Ognuno di noi avrebbe dovuto prendere un secchio di plastica per il vomito, da tenere sempre vicino a sé, a portata di mano. Il secchio sarebbe stato il nostro migliore amico e dovevamo fare in modo di non perderlo mai di vista. Ci fu anche mostrata l’ubicazione di due bagni vicini al maloka che avremmo potuto utilizzare, chiedendo eventualmente aiuto per essere accompagnati se fosse stato necessario.
Per  quanto riguarda la cerimonia in sé e per sé, pur non riuscendo a capire tutto ciò che venne detto, visto che l’organizzatore parlava in un inglese che non sempre riuscivo a seguire, compresi che la cosa più importante durante l’esperienza con l’ayahuasca era non resistere ma affidarsi completamente alla pianta maestra e lasciarci guidare da lei. Ci fu anche detto che ognuno doveva fare il suo viaggio personale per così dire “con discrezione”, evitando di disturbare gli altri con suoni, rumori, urla o altri comportamenti eccessivi. Anche questo contrastava con le mie esperienze olotropiche durante le quali invece era possibile dar sfogo alle proprie emozioni ed esternare l’esperienza che si stava facendo in qualunque modo, con la voce o col movimento, sotto il vigile controllo degli assistenti che senza interferire se non fosse stato necessario avevano l’importante compito di impedire a chiunque di farsi del male o di farne agli altri. Cominciai a capire che la logistica dello svolgimento della cerimonia non mi era del tutto congeniale, avrei preferito non dovermi preoccupare di aspetti fisici come il vomito e la diarrea, avrei voluto dar sfogo liberamente alle mie emozioni e avrei voluto più spazio per muovermi e sdraiarmi se lo avessi voluto. Ma ero aperto a quella nuova esperienza e non mi lasciai preoccupare.
Dopo la riunione ci fu il tempo per andare in bagno, riempirsi la bottiglietta d’acqua e fumarsi una sigaretta girellando nei pressi del maloka sotto un cielo ormai notturno. Io rinnovai la mia preghiera agli spiriti delle Ande, gli Apu, per il buon andamento della cerimonia.
Quando tornammo nel maloka l’atmosfera era decisamente cambiata. La sala era illuminata solo dalla luce delle candele. Era stato allestito una sorta di altarino dietro il quale sedeva l’officiante, vestito di bianco. Dopo una serie di preparativi rituali e alcune ultime spiegazioni iniziò la cerimonia vera e propria. Ognuno di noi a turno andava a sedersi davanti all’officiante e beveva l’Ayahuasca dalla tazza che lui gli porgeva, dopo averla alzata al cielo nelle varie direzioni pronunciando una formula rituale di buon augurio che anch’io cercai di ripetere. Io fui uno dei primi a bere. Come era stato consigliato, prima di bere espressi mentalmente un’intenzione per la mia esperienza, limitandomi a dire all’Ayahuasca che desideravo conoscerla. Poi ingurgitai con due ampie sorsate l’intruglio abbastanza stomachevole che mi era stato versato nella tazza e tornai a sedermi. Ero ancora del tutto sereno. Pur essendo piuttosto distante da una certa religiosità che ammantava il rituale e che non poteva appartenermi, cercai sinceramente di essere presente con tutto me stesso e senza riserve. Mi aspettavo di fare un’esperienza importante e significativa ma ero anche consapevole di non avere più particolari sofferenze o traumi non risolti che l’Ayahuasca avrebbe potuto far emergere dolorosamente. Volevo fare un’esperienza di luce che mi aiutasse ad ampliare ulteriormente la mia consapevolezza. Ma il mio addestramento alla guida del tappeto volante prevedeva altro.

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