Il branco delle foche. 1

Foche monache
Foche monache

Come ho accennato in altri post, per alcuni anni dopo che ero entrato in contatto consapevole con gli arcangeli e altre entità delle dimensioni non fisiche, con la mia amica C. ci incontravamo con una certa regolarità per canalizzare assieme. Io guidavo la trance e lei cedeva il suo veicolo fisico agli esseri incorporei che di volta in volta desideravano comunicare con noi.
Tra le varie entità con cui eravamo in contatto, nel 2008 si era presentata l’Anima sarda (così lei stessa si era definita), la coscienza collettiva degli antichi sardi che si erano rifugiati su un pianeta di Alpha Centauri quando la loro civiltà spiritualmente molto evoluta aveva iniziato un processo di corruzione e degrado che in nessun modo erano riusciti a fermare.
Nello stesso periodo io ero entrato in contatto con una mia identità nuragica dei tempi del degrado, lo sciamano di Nur, che aveva deciso di restare sull’isola per fare da ponte per quelli che volevano andar via, mentre C. era entrata in contatto con la sciamana Luna, una capoclan che alla fine, non sopportando l’atrocità degli abusi che si stavano commettendo, aveva invece deciso di abbandonare questa dimensione.
L’Anima sarda, lo sciamano di Nur e Luna ci fornirono una serie di informazioni sulla civiltà che aveva costruito i nuraghi e le altre macchine megalitiche, e sulla fine di quella civiltà.
Contemporaneamente io procedevo nel mio addestramento sciamanico sotto la guida del maestro Gundrum, uno sciamano disincarnato. La prima parte di questo addestramento riguardava il lavoro con i quattro elementi, Terra, Acqua, Fuoco e Aria.
Un giorno, nel febbraio del 2010, Gundrum mi annunciò: «Gli esseri dell’elemento acqua di cui altre volte ho parlato si propongono in sinergia con il lavoro sugli elementi che stai portando avanti. È importante riconoscere le popolazioni e i branchi che abitano gli elementi e che condividono le loro energie. Perciò entra in contatto con la animalità di cui abbiamo parlato e così trovi la grandezza di questa animalità e la sua illuminata cultura. In questo modo ripristini le tue memorie e questo genera una potente trasformazione in te, nella tua vita e nei suoi eventi.»

In seguito l’Anima sarda spiegò che gli esseri dell’elemento acqua di cui aveva parlato Gundrum erano le foche: «Nel profondo dell’isola esiste ciò che voi chiamate grotta, che è uno spazio cavo interno. Così la grotta è la sede di incontri molto evoluti. Esseri molto evoluti non vivono troppo in superficie sulla terra ma frequentano con più dimestichezza le profondità. La prigione mentale in cui siete stati ingabbiati vi porta a trattare con disprezzo esseri evoluti che sono intorno a voi e di cui non riconoscete la cultura. Molto dolore è stato causato per questo. Gli esseri che chiamate foche sono esseri illuminati di una cultura che frequenta le profondità e lì tiene protetta la sua peculiarità. Esseri molto evoluti non hanno bisogno di stampelle e protesi tecnologiche come voi, perché usano con maestria altri linguaggi. C’è stato un tempo in cui le foche coesistevano con tutto, e lo stare insieme permetteva appunto la multicultura. Il contatto nel branco favoriva e favorisce il passaggio delle informazioni che si sanno quando si è nel branco perché l’energia di gruppo fa succedere questo. Nel branco nessuno è chiuso dentro una prigione e così quando si sa qualcosa lo si sa tutti insieme, e tutti insieme si decide ciò che si fa. Questo tutto insieme è molto difficile da comunicare in una cultura come la vostra che frammenta tutto e tritura tutto. È come spiegare che cos’è una torta quando sono rimaste soltanto le briciole. Anche mettendo insieme le briciole non si ottiene più la torta. Così cerca di comprendere che un branco è molto di più di un insieme, perché il branco è ciò che permette la cultura e anche la fa. Perciò le foche hanno deciso di inabissarsi perché non volevano più essere triturate. La loro scomparsa ha determinato la perdita di questa cultura del branco che avrebbe permesso di mantenere il proprio potere a tanti altri gruppi che invece sono stati messi nella rete della frammentazione dalla quale non è stato più possibile uscire se non cercando di smagliarla così come stiamo facendo adesso.
Ecco perché è tanto importante lo stare insieme, perché una cultura può succedere davvero soltanto dentro un branco, e quando succede nella forma corretta anche ha la soluzione in sé. Nel branco non c’è bisogno di nessuna protesi per comunicare. Questo è visto ignorantemente come mancanza di cultura, perché si è creata una spaccatura tra la cultura delle protesi e la cultura della totalità. Tornare in quei tempi in cui eri in contatto con la cultura del branco è il passo che va fatto per recuperare i termini in cui quella cultura onorava sé stessa e portava con dignità la sua luce dappertutto.»

Fin da piccolo sono stato affascinato dalle foche, e quand’ero bambino mi sembrava quasi un merito personale che in alcune grotte della Sardegna ancora vivessero delle piccole colonie di foche monache. Perciò fui felicissimo che l’Anima sarda avesse parlato delle foche come di esseri molto evoluti e spiritualmente illuminati.
Gundrum mi fece anche notare come la cultura dell’abuso aveva manipolato il linguaggio per deformare i concetti fondamentali della cultura del rispetto e dell’osmosi così da occultarli e impedire agli esseri umani di comprenderli e riscoprirli. Nel linguaggio corrente il termine branco, soprattutto se riferito agli esseri umani, è usato solo ed esclusivamente in senso peggiorativo – “un branco di pecore”, “la violenza del branco,” “far parte del branco” − e in questo modo l’idea di branco va a connotare qualcosa da cui rifuggire, da evitare.
In realtà a quanto mi spiegò Gundrum il branco è una modalità dell’essere altamente evoluta, che permette una comunicazione istantanea e una condivisione totale dei saperi e dell’esperienza di tutti gli individui che fanno parte del branco. Il branco delle foche era arrivato a questo genere di evoluzione, e poteva insegnare ad altri esseri, umani compresi, come vivere in armonia e mantenere unito il gruppo. La loro modalità di esistenza era quindi totalmente incompatibile con la frammentazione e la separatezza instaurate dalla cultura degli abusi, e per questo la gran parte di loro alla fine era uscita da questa dimensione. Ma come mi aveva suggerito l’Anima sarda, Gundrum mi confermò che per me sarebbe stato molto benefico incontrare il branco delle foche, e che era possibile farlo in un luogo che avrei dovuto creare nelle mie meditazioni.
«Il branco delle foche porta notizie di sé stesso tramite lo sciamano Gundrum che fa da interprete» mi comunicò, «e dice che non è possibile incontrarle in un luogo rinchiuso nella tua comprensione lineare dei luoghi, ma che occorre entrare in risonanza con il luogo nella sua profondità, poiché quell’esistenza multidimensionale accoglie il branco delle foche e permette la condivisione della loro cultura. Così quando tu immagini il luogo in cui questi esseri si muovono e vivono trovi un punto d’incontro che permette lo scambio. Nel luogo della grotta esiste un passaggio multidimensionale, che non è comprensibile nelle vostre menti orientate soltanto a una linearità castrante ma che ha espressione di sé se lo pensi. E quando lo fai esistere, esiste. Nei tempi nei quali ti muovi il branco delle foche ha occultato il passaggio e non intende varcarlo perché troverebbe abominio, sterminio e dolore. Ma ben protetto conserva la sua cultura e la sua esistenza in vista di un incontro che può esistere quando la mente è pronta ad accettarlo.»
Poco tempo dopo l’Anima sarda mi fornì un’ulteriore spiegazione sull’importanza delle grotte: «Poiché l’isola tutto intorno è circondata dall’acqua, nasce l’esigenza di percepire le dimensioni in maniera differente. Così più che in ampiezza ci si sviluppa in altezza e profondità, e questo crea anche una struttura mentale fatta così. All’interno dell’isola abbiamo costruito molto, poiché questo era opportuno fare per avere le comunicazioni che volevamo avere, e poiché l’isola è circondata dal mare si crea anche una zona protetta con l’acqua tutto intorno. Ma in fotogrammi di tempo differenti, questo aspetto dell’isola è stato sfruttato per nascondere e occultare quello che non poteva linearmente allontanarsi più di tanto. Questo ha infastidito molto gli abitanti dell’isola che avevano una struttura costruita invece sulla profondità. Così una struttura mentale lineare e abituata al movimento entra in collisione con una struttura mentale abituata a star ferma e alla profondità. Su questo si sono avuti conflitti e difficoltà. Perciò nella sardità occorre recuperare questo aspetto dello stare fermi, e della profondità in alto e in basso, e ciò che va recuperato della sardità è proprio questo e non uno sciocco campanilismo. Questa diversa struttura mentale dà stabilità alla struttura lineare che pure gli abitanti di quest’isola anche hanno. E insieme creano un equilibrio molto buono. Ma finché questo equilibrio non c’è si crea invece uno squilibrio.
Le grotte sono un aspetto di profondità concreto, un buon punto di mediazione che aiuta la comprensione di una profondità che è concreta ma anche impalpabile, e che però nell’aspetto concreto favorisce le memorie, le reminiscenze. Le reminiscenze vanno salvate e ascoltate poiché sono ricordi di profondità che emergono in relazione alla sardità, che conosce appunto grazie a questa profondità senza bisogno di correre troppo in giro. Perciò è opportuno stare fermi, aprirsi e ascoltare ciò che si sa senza sapere di saperlo, e così venirne a conoscenza. La conoscenza della sardità non avviene in maniera lineare correndo intorno e in giro ma avviene stando fermi e ascoltando sé stessi, senza sorprendersi di ciò che poi si sa.»

Seguendo le indicazioni dell’Anima sarda e le istruzioni che tramite Gundrum le foche mi avevano dato, nel corso delle mie meditazioni immaginai una grotta. In una delle grandi sale della grotta c’era un lago naturale che attraverso un cunicolo sottomarino comunicava con il mare aperto. Nella mia immaginazione questo cunicolo era il passaggio multidimensionale di cui aveva parlato Gundrum. Io mi sedetti sulla pietra, a bordo del lago, chiamai le foche e aspettai. Quasi subito le foche arrivarono e iniziarono a comunicare con me. La loro energia era davvero splendida, come una nube effervescente di scintille dorate. Mi trasmisero una grande gioia e una grande voglia di ridere e di giocare. Poi mi chiesero di diventare uno di loro e si rituffarono nel lago. Io mi tuffai dietro di loro e diventai una foca. Uscimmo in mare aperto dove il branco delle foche era ancora più numeroso. Nuotai e giocai col branco delle foche per un po’. In quel gioco percepivo la bellezza e l’armonia della vita, e mi rendevo conto che senza tanto parlare le foche mi stavano trasmettendo parte della loro sapienza. Capivo che stare nel branco — nel vero branco, non in quello svilito della cultura degli abusi, funzionale all’ottundimento della coscienza — era una chiave importantissima per uscire dalla manipolazione. Era importante creare un branco di luce in grado di comunicare senza bisogno delle protesi tecnologiche, così come facevano le foche.
Dopo un po’ le foche mi riaccompagnarono nella grotta, mi salutarono ed io conclusi la mia meditazione di ottimo umore e carico di energia.
Per alcuni mesi restai in contatto con le foche e proposi la meditazione che avevo elaborato anche in un seminario. Ma poi, come spesso succede, il contatto si affievolì, e da allora la comunicazione, almeno a livello consapevole, si interruppe. Fino a qualche mese fa …

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