Contatti cosmici. 4: Il nome cosmico

Ricardo, Corinna e Sol sullo sfondo del Monte Arcuentu
Ricardo Gonzalez, Corinna Muzi e Sol Sanfelice sullo sfondo del Monte Arcuentu

I contatti e le comunicazioni con le altre dimensioni della coscienza, così come quelli con esseri che vivono su piani della realtà diversi dal nostro, non avvengono sul piano mentale. Una mente ben allenata può riuscire a decodificare e tradurre nel proprio linguaggio una parte di queste comunicazioni, ma lo scambio avviene attraverso un diverso tipo di linguaggio, che non è razionale e logico ma emozionale. Come mi hanno spiegato le mie guide incorporee: «A un livello evoluto nel passaggio dimensionale è necessario comprendere che esistono due codici di linguaggio: quello che stiamo usando adesso, appunto razionale, e quello più universale, privo di razionalità perché fondamentalmente emotivo.»
Le comunicazioni di questo genere coinvolgono perciò il nostro essere nella sua interezza e provocano quindi inevitabilmente dei profondi cambiamenti e, spesso, un maremoto interiore nel momento in cui grazie a queste comunicazioni emergono dal profondo aspetti di noi stessi che hanno bisogno di essere compresi, curati, trasformati e integrati. Questo, a mio parere, è il vero significato e lo scopo principale di questi contatti, e da quando li ho cominciati, sette anni fa, ho intrapreso un percorso, talvolta tormentato e difficile ma sempre sorprendente e benefico, di integrazione e di guarigione psico-spirituale.
In questi anni ho dunque fatto emergere quelle parti di me ferite e sofferenti per poi curarle e integrarle con l’aiuto delle mie guide incorporee, riuscendo così a raggiungere uno stato di accresciuto benessere – interiore ed esteriore – che non avrei mai ritenuto possibile. In particolare sono riuscito a trasformare e integrare una parte di me – una delle mie tante identità! – che fin dalla nascita si è sempre sentita sola e abbandonata, impossibilitata a realizzare i propri desideri, in qualche modo emarginata e irrimediabilmente esclusa e separata dal resto dell’umanità e dall’intero universo – e perciò disperata. Credevo quindi che questa mia identità fosse ormai definitivamente integrata e pacificata, ma una decina di giorni prima del seminario essa si è invece riaffacciata con prepotenza alla mia coscienza, portandosi dietro il suo carico di disperazione e di dolore, evidentemente ancora non sanati.
Quando accade che una sofferenza che credevamo di avere risolto definitivamente si ripresenta nella nostra vita con bruciante intensità, credo sia inevitabile dubitare di noi stessi e del nostro percorso, arrivare a pensare che tutti i nostri sforzi e i nostri progressi siano stati fondamentalmente inutili e che alla fin fine per noi le cose non cambieranno mai.
Per fortuna, la mia esperienza mi ha portato ad essere consapevole che questo fenomeno invece, anziché essere il segno di un fallimento, è solo la conseguenza di un ampliamento importante e significativo della nostra coscienza, che ci permette di curare e integrare le parti ferite a un livello ancora più profondo a cui prima non avevamo accesso. Ma la parte ferita non ne è minimamente consapevole e continua perciò a struggersi nella sua sofferenza.
Così quando nel pomeriggio di venerdì 11 luglio arrivai all’agriturismo dove di lì a poche ore sarebbe iniziato il seminario di Ricardo Gonzalez, ero in uno stato mentale ed emotivo che oserei definire schizofrenico: da una parte ero allegro, contento, vitale e felicissimo di poter vivere quella nuova avventura, ma contemporaneamente ero anche angosciato, infelice e disperato.
Non era certo la prima volta nella mia vita che mi trovavo in una simile condizione, è ho ormai imparato a fare in modo che la parte sofferente si manifesti il meno possibile all’esterno, un po’ per pudore e un po’ per evitare che la mia sofferenza appesantisca chi mi sta attorno. Questo mi aiuta anche a non permettere all’identità ferita di prendere tutto lo spazio della mia coscienza, e perciò riuscii comunque a godermi il seminario fin dalla prima sera. Ogni cosa era splendida: l’agriturismo, lo scenario naturale in cui era immerso, dominato dall’imponenza del Monte Arcuentu, il gruppo dei partecipanti, Ricardo e Sol, la sua compagna, Corinna e Massimo, gli organizzatori del seminario. Con loro quattro, in particolare, pur non avendoli mai incontrati prima in questa vita fin dal primo istante sentii un profondo legame, come se avessi ritrovato dei carissimi amici che non vedevo da tempo.
La prima sera era dedicata a una conferenza aperta anche a chi non partecipava al seminario. Ricardo raccontò parte della sua storia e dei suoi contatti. Ero affascinato dalle sue parole, e mi colpiva la sua semplicità e la sua umiltà. Mentre lui parlava, e sullo schermo venivano proiettate immagini degli avvistamenti, e dei luoghi di potere che aveva visitato in Sud America e in molte altre parti del mondo, dentro di me cresceva un senso di nostalgia per qualcosa di perduto che stavo per ritrovare. Una nostalgia che non posso che definire “cosmica”. In particolare feci fatica a trattenere le lacrime di commozione vedendo le foto di alcuni luoghi del Perù dove ero stato due anni prima: il Qoricancha, all’interno del monastero di Santo Domingo a Cusco, Saqsaywaman, Machu Picchu. Una volta di più mi rendevo conto dell’importanza che aveva avuto per me quel breve viaggio (che ho già raccontato in questo blog in una serie di post che potete trovare a partire da questo link: Viaggio in Perù. 1: Il Serpente Piumato). Non potevo fare a meno di notare che dopo quel viaggio l’universo mi aveva permesso di mantenere e approfondire il mio legame con quella terra magica “inviando” in Sardegna i suoi messaggeri: prima Roberto Sarti e le tecniche energetiche andine, coi maestri Q’ero e don Juan Nuñez del Prado, ora Ricardo Gonzalez. E quel venerdì pomeriggio mi era arrivata una mail da un’amica che vive in Perù. Avrebbe potuto inviarmela in qualunque altro momento, ma sincronicamente mi era arrivata proprio appena prima dell’inizio del seminario, forse per ricordarmi che ero all’interno di un preciso disegno di cui iniziavo a intravedere la grandiosità, e che tutti siamo connessi in una dimensione al di fuori del tempo e dello spazio.

Sabato mattina entrammo nel vivo dei lavori del seminario. Ricardo spiegò che il tema del seminario più che il contatto con gli extraterrestri era il contatto col proprio sé più profondo, che è quello che indicano e insegnano le guide extraterrestri.
Il clima era ideale per poter lavorare all’aperto. In linea con la stranissima estate di questo primo anno della nuova era, nonostante fossimo in Sardegna in pieno luglio il cielo era parzialmente coperto e la temperatura era gradevole.
Eravamo poco più di una ventina di persone. Ci sedemmo in un grande cerchio e dopo avere recitato alcuni mantra Ricardo ci guidò in una profonda meditazione – con dei particolari significati simbolici che ovviamente spiegò solo alla fine della meditazione e che non ricordo esattamente – che immagino gli sia stata insegnata dalle sue guide extraterrestri.
All’inizio ci fece scegliere tra tre diversi pianeti: il primo di roccia, il secondo interamente ricoperto d’acqua e il terzo di fuoco, con vulcani in eruzione. Istintivamente io scelsi il terzo pianeta, quello di fuoco. Poi Ricardo ci invitò ad andare sul pianeta scelto dove ci venivano incontro tre persone, un saggio anziano, un uomo maturo e una giovane donna. Anche in questo caso dovevamo scegliere una delle tre persone con cui dialogare.
Il mio stato di coscienza era molto profondo. Fui colpito anche dal fatto che mentre normalmente durante le trance o le canalizzazioni io non vedo quasi nulla e percepisco invece ciò che accade attraverso altri sensi più sottili, non fisici, nel corso di quella meditazione le immagini, seppur frammentarie, erano piuttosto vivide, e tra le tre persone che mi accolsero sul pianeta la mia attenzione fu attratta dall’uomo anziano. Indossava una lunga veste color giallo pallido ed emanava una luminosità rasserenante. Non riuscivo a mettere a fuoco il suo viso, ma ne percepivo l’espressione benevola, rassicurante e serena.
Nel rifugio della mia interiorità la mia identità sofferente divenne molto presente fino a occupare tutto lo spazio della mia consapevolezza, così quando mi avvicinai all’uomo anziano ero assolutamente disperato. Mi parve che l’uomo fosse preoccupato – o semplicemente dispiaciuto – per la condizione in cui mi trovavo, e prese a rassicurarmi, accogliendomi amorevolmente e senza giudizio. Mi resi conto che non si trattava di una figura simbolica ma di un essere reale che era venuto per aiutarmi, ed ebbi l’impressione che si trattasse di un maestro intraterrestre.
Secondo Ricardo – che è in contatto anche con loro e ha visitato i resti di una delle loro città abbandonate nella Cueva de los Tayos, in Ecuador – gli intraterrestri vivono in città sotterranee (a partire dalla mitica Shambhala di cui parlano anche i lama buddisti) che sono state costruite dopo la caduta di Atlantide allo scopo di preservare la purezza della razza umana e le sue antiche conoscenze.
In ogni caso, l’uomo con la tunica gialla che incontrai sul pianeta di fuoco nel corso di quella meditazione era indubbiamente un maestro ricco di amore e di saggezza, e mi abbandonai totalmente e senza riserve alle sue cure. Ero come un bambino in lacrime che ha bisogno di essere accudito e consolato. L’uomo cercò di tranquillizzarmi in tutti i modi, dicendomi che andava tutto bene, che ero un essere cosmico, che non c’era motivo di preoccuparmi o disperarmi. Con assoluta franchezza gli dissi che mi sentivo arrivato a un punto morto e che non pensavo di essere in grado di risolvere da solo quella sofferenza, e gli chiesi aiuto. A quel punto divenne molto serio e mi spiegò che dovevo bruciare e trasformare quell’identità sofferente con il fuoco. Ma non potevo farlo in una sola volta con un grande fuoco, dovevo usare molti piccoli fuochi ed attuare il processo di trasformazione poco alla volta, con gradualità.
Le sue parole avevano per me un senso concreto, visto che diversi anni fa sono stato addestrato dal mio maestro sciamano incorporeo Gundrum all’utilizzo del fuoco come strumento di purificazione e di connessione con le molteplici dimensioni della coscienza. Gundrum mi aveva guidato all’elaborazione di diversi rituali con il fuoco, dapprima usando il fuoco fisico come quello delle candele, poi portando il fuoco nella meditazione per coglierne meglio la sua multidimensionalità. Perciò capivo intuitivamente quello che il maestro intraterrestre mi stava spiegando, e fui molto colpito da quel suggerimento di usare molti piccoli fuochi per trasformare e integrare la mia identità sofferente. Era come se sapessi esattamente ciò che avrei dovuto fare. In ogni caso i suoi consigli e la sua premura mi rasserenarono. E anche la mia identità disperata cominciò a stare meglio.

Dopo averci lasciato un tempo adeguato per dialogare con la persona che avevamo scelto, Ricardo disse che ora ci sarebbero stati presentati tre oggetti, un anello, una piuma e un medaglione, e che avremmo dovuto sceglierne uno come dono. Io vidi, seppur vagamente, un medaglione d’oro, di forma circolare, e scelsi quello.
Era possibile, disse Ricardo, che vedessimo scritto sull’oggetto che avevamo scelto il nostro nome cosmico. Io, come ho detto, nelle mie meditazioni vedo molto poco, e anche in quell’occasione per quanto le immagini fossero molto più nitide e stabili del solito non lo erano abbastanza da poter leggere qualcosa sul medaglione. Perciò tornai immediatamente alle mie abituali modalità percettive e mi misi in “ascolto” con la speranza di riuscire comunque a scoprire – o meglio ricordare – il mio nome cosmico. Sulle prime arrivarono delle parole tronche e confuse. La mia razionalità come spesso succede interferiva, facendomi pensare che stessi cercando di inventare io un nome qualunque, condizionato anche dal nome cosmico di Ricardo (Nordac) che avevo letto in una sua intervista prima del seminario. Poi all’improvviso il nome mi si presentò forte e chiaro: Ixidambah (mi venne detto che la “h” era importante per la pronuncia, anche se non mi era molto chiaro in che punto del nome andasse collocata). A quel punto Ricardo terminò la meditazione e riaprimmo gli occhi. Ero un po’ frastornato e piacevolmente colpito dalla profondità dell’esperienza che avevo fatto.
Qualcuno chiese come era possibile essere certi che il nome che avevamo letto sull’oggetto (o sentito, come nel mio caso) fosse davvero il nostro nome cosmico. Ricardo spiegò che era necessario lavorare con quel nome, meditare su di esso, recitarlo come se fosse un mantra, e che in questo modo saremmo arrivati a sapere naturalmente se quello era davvero il nostro nome cosmico oppure no.
Quella prima mattinata di lavoro era stata davvero densa di emozioni, e aveva avuto l’effetto di aprire i miei canali percettivi, tanto che durante la giornata spesso mi sembrava di entrare in una sorta di contatto telepatico attraverso cui ricevevo delle informazioni e degli incoraggiamenti. Durante le pause del seminario mi prendevo alcuni minuti per contemplare il Monte Arcuentu e attingere forza da lui.
La mia identità disperata era un po’ più tranquilla ma la sua sofferenza in alcuni momenti si riacutizzava. A un certo punto feci una breve meditazione per chiedere nuovamente aiuto. Sentii subito una forte connessione con “qualcuno”. Mi sembrò di essere entrato nuovamente in contatto con il maestro con cui avevo dialogato quella mattina, ed ebbi l’impressione che ci fosse anche Antarel, l’extraterrestre di Alpha Centauri che è una delle guide principali di Ricardo e che lui ha incontrato anche fisicamente quando è stato a bordo dell’astronave.
Riguardo alle mie canalizzazioni mantengo sempre un salutare scetticismo perché sono consapevole della possibilità che sia la mia mente a interferire, distorcendo le mie percezioni e forse talvolta inventando di sana pianta il contenuto della canalizzazione in base alle proprie convinzioni e ai propri pregiudizi. Ma quello che invece la mente non è in grado di distorcere né tanto meno di inventare è l’aspetto emotivo del contatto.
Ed emotivamente quel contatto fu davvero intenso. Ancora una volta fui rassicurato che tutto andava bene, mi sentii abbracciato quasi fisicamente da Antarel che mi disse più o meno: «Stai tranquillo, Ixidambah. Tu sei Ixidambah. Questo è davvero il tuo nome.» Sentirmi chiamare Ixidambah da Antarel – il modo in cui pronunciò quel nome, con forza, intensità e un rispetto e un amore profondi – toccò intimamente le corde del mio essere facendole risuonare e mi commosse fino alle lacrime, che questa volta, dato che ero solo, lasciai scorrere liberamente.

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