Viaggio in Perù. 5: Ayahuasca Horror Tour

Dopo che ognuno ebbe bevuto la “medicina” (un altro nome dell’Ayahuasca) gli officianti uscirono dalla sala lasciandoci nel buio completo. Durante la riunione preparatoria ci avevano spiegato che ci avrebbero lasciato per una mezz’ora da soli al buio perché potessimo entrare in raccoglimento ed iniziare il viaggio. Poi sarebbero tornati e avrebbero iniziato i canti (gli icaros, i canti sciamanici che vengono utilizzati in queste cerimonie per aiutare a indirizzare il viaggio dei partecipanti e mantenere lo spazio in cui si svolge la cerimonia libero da interferenze negative). Avevano raccomandato anche di usare la torcia elettrica (che prima del viaggio avevano raccomandato di portare con sé) per entrare o uscire dalla sala in caso di bisogno, ma io non la avevo, dato che era rimasta nella valigia che non era ancora arrivata. Sviato anche in questo caso dalle mie esperienze con la respirazione olotropica, avevo immaginato che per “buio” si intendesse semplicemente una fitta penombra, e perciò non mi ero preoccupato più di tanto. Invece spensero tutte le luci e le candele e ci lasciarono nel buio totale. Io ero stato uno dei primi a bere e perciò era ormai trascorsa una mezz’ora buona da quando avevo preso la medicina, e non appena mi ritrovai al buio immediatamente cominciarono a manifestarsi i primi effetti dell’Ayahuasca.

Iniziai a sentire dei suoni, una serie di vibrazioni e tintinnii, e cominciarono a manifestarsi davanti al mio schermo visivo interiore immagini perfettamente reali, tridimensionali ma prive di un apparente significato. Non avevo mai preso l’Ayahuasca prima d’allora, ma ne riconobbi subito gli effetti, come se in qualche modo mi fossero famigliari. Vedevo uno strano scorcio di un interno, una sorta di stretto bazar coloratissimo con delle scale che portavano ai piani superiori. Ricordava gli scenari di alcuni fumetti di Andrea Pazienza. Il mio campo visivo era attraversato da linee colorate a zig zag, che corrispondevano forse al fluire delle vibrazioni sonore. Avevo la sensazione di essere sul punto di venire introdotto a qualche segreto nascosto, di essere a un passo dall’entrare in una realtà sconosciuta. La cosa era piuttosto inquietante. Provai ad aprire gli occhi e a respirare nel tentativo di allontanare quelle sensazioni e ritrovare la mia presenza, ma non servì a molto. Mi resi subito conto che non ero quasi più padrone del mio corpo. Faticavo a stare seduto, ma cercavo di non muovermi perché in quel buio totale avevo paura di dar fastidio a qualcuno con i miei movimenti. Attorno a me, oltre ai suoni che sentivo a tratti nelle mie visioni, iniziai a udire il respiro e i sospiri delle altre persone presenti nella sala che a loro volta avevano iniziato il viaggio. E i rumori di chi cominciava a vomitare. Mi assicurai di avere a portata di mano il secchiello per il vomito e lo avvicinai alla bocca. Riuscii a vomitare un po’ di succhi per liberarmi dallo sgradevole sapore della medicina. Avevo solo un paio di fazzolettini di carta per pulirmi la bocca, e probabilmente non sarebbero durati a lungo. Una voce immateriale iniziò a insinuarsi nella mia mente. Pensai che fosse lo spirito dell’Ayahuasca e come era stato consigliato mi impegnai a non resistere e ad affidarmi. Per quanto le cose che diceva mi risultavano per molti versi inquietanti, avevano anche un loro senso e una loro energia molto seducente. Il succo del discorso era che in quella cerimonia avremmo dovuto abbandonare le nostre identità umane per diventare esseri divini. La mia spersonalizzazione era cominciata simbolicamente (e non solo) con la perdita della valigia e sarebbe continuata nel corso della cerimonia, durante la quale ci saremmo liberati di tutti gli agganci con l’esperienza umana per ritrovare la nostra divinità. La cosa inquietante era che dovevamo purificarci della nostra umanità attraverso il vomito e gli escrementi. Ciononostante il messaggio veniva porto in modo seducente e suasivo. Io avevo deciso da prima della cerimonia di affidarmi, ma qualcosa non mi tornava. Da anni sono convinto, e lo sono tuttora, che la cosiddetta “ascensione” che l’umanità insieme alla Terra sta ultimando implichi il mantenimento del corpo fisico e della propria identità, anche se vissuti entrambi in maniera più fluida e multidimensionale per poter attingere da tutti i livelli della coscienza e diventare luce per se stessi e per il pianeta. Le esperienze  umane che abbiamo vissuto sulla terra in tantissime vite non sono qualcosa da abbandonare o da “vomitare”, sono la ricchezza che ci ha permesso di arrivare a fare questo salto, e vanno integrate e trascese. Quello che è necessario è semplicemente abbandonare l’identificazione esclusiva di noi stessi con la nostra attuale identità e con il nostro corpo fisico. In quel momento, sotto l’effetto della medicina, non ero in grado di fare un ragionamento così complesso, ma sentivo però che qualcosa non quadrava.

Eravamo ancora al buio. Non avevo idea di quanto tempo fosse passato, potevano essere trascorsi due minuti o due ore. Iniziai a sentire un po’ di mal di pancia e temetti di dover andare in bagno. Io non ero quasi in grado di stare seduto, figuriamoci alzarmi e camminare. Ci avevano detto di chiedere aiuto se necessario, ma in quel buio totale non avrei proprio saputo a chi rivolgermi per avere un aiuto. Mi venne il timore che avrei finito per farmela addosso, la qual cosa, già sgradevole di per sé, sarebbe stata aggravata dal fatto che avevo con me un unico paio di pantaloni che indossavo ormai da quattro giorni e non avrei avuto nulla per cambiarmi.

Il viaggio continuò. Fui catturato quasi totalmente. La mia mente si perdeva, stavo entrando in dimensioni per me sconosciute dove le mie difese apparentemente non avevano più potere. Iniziai a preoccuparmi perché non sapevo cosa fare. Nel momento in cui mi abbandonavo all’Ayahuasca e alle visioni, venivo trascinato in un mondo diverso, perfettamente concreto e reale ma con pochi legami con il mio corpo fisico, che inevitabilmente seguiva perciò il suo desiderio di lasciarsi andare, di sdraiarsi, di agitarsi, di danzare, di urlare, se lo voleva. Così come ero abituato a fare nelle respirazioni. Ma non appena mi accorgevo che il mio corpo iniziava a scivolare verso il basso senza poter evitare di dar fastidio ai vicini dato che lo spazio era molto ristretto, o che senza volerlo mi mettevo a parlare a voce alta o a emettere dei suoni, ero obbligato a uscire dalle visioni per cercare di riprendere il mio controllo e la mia presenza. Allora mi quietavo un attimo, chiedevo scusa, e mi sedevo dritto a respirare per tornare ad essere presente. Ma quasi subito la voce e le visioni mi riafferravano. Dopo un po’ si avvicinò a me uno degli organizzatori, quello che parlava italiano, e mi disse gentilmente che stavo disturbando, se potevo cercare di contenermi un po’ di più. Il suo rimprovero, per quanto gentile, mi fece sentire ancor più inadeguato e sotto pressione. Per poter mantenere la mia presenza e il controllo del mio corpo avrei dovuto rifiutare il viaggio che mi stava proponendo l’Ayahuasca anziché affidarmi a lei come avrei voluto fare. Ma in ogni caso anche se avessi voluto ormai non ero più in grado di resistere. Le visioni mi catturavano. Il percorso di spersonalizzazione era molto inquietante ma anche estremamente affascinante. Rivissi esperienze che forse avevo fatto in un passato lontanissimo, come quella di un neonato di una tribù primitiva, e tra le braccia di mia mamma sentivo la fame, il freddo e i lupi che ululavano in lontananza. Iniziai a percepire tutta l’esperienza dell’umanità sul pianeta come una struttura, una matrix che avevamo costruito per millenni e dalla quale ora dovevo sganciarmi. Vomitare ogni cosa, come mi diceva la voce. Io cercavo di vomitare ma dopo un po’ non mi era rimasto più nulla da vomitare, avendo fatto un pranzo leggero ed essendo digiuno ormai da sette od otto ore. Quando iniziavo ad essere intimorito dalle visioni o tornavo a provare una preoccupazione eccessiva per gli aspetti fisici dell’esperienza, iniziavo a sentire un crescente malessere interiore. Mi rendevo conto che avrei avuto bisogno di aiuto, ma non avrei saputo dire che tipo di aiuto, e in ogni caso non ero in grado di chiederlo perché alzarmi a cercare nella sala qualcuno degli officianti per fargli capire in che condizioni mi trovavo era un’impresa al di là delle mie capacità. Quando poi finalmente decidevo nuovamente di affidarmi,  succedeva qualcosa, magari una mano femminile mi prendeva la mia e una delle donne che officiavano la cerimonia mi rassicurava con voce suadente, mi chiedeva se avevo bisogno di qualcosa, mi accompagnava in bagno. In quel momento mi sembrava di essere entrato correttamente nel processo, come se Madre Ayahuasca in risposta alle mie preghiere si stesse prendendo cura di me. Questo era incoraggiante ma non durava. Quasi subito poi perdevo nuovamente il controllo di me stesso. Il viaggio in cui l’Ayahuasca mi aveva attratto diventava sempre più conturbante. Non c’erano particolari terrificanti nelle mie visioni, ma la tonalità di fondo e la piega che stava assumendo la situazione erano, come ho già detto, inquietanti. Sentivo che a quel punto anche se lo avessi voluto non mi avrebbero lasciato tornare indietro. Intimamente avrei voluto affidarmi totalmente a Madre Ayahuasca, ma non ero sicuro di avere preso la direzione giusta. Una parte di me avrebbe voluto resistere, capire meglio quello che stava succedendo prima di continuare, ma il potere della pianta maestra era tale che non potei farlo.

Alla fine persi completamente il controllo. Non ricordo molto di quello che successe poi nelle successive due o tre ore. Le visioni erano sempre più affascinanti e inquietanti e io mi inoltravo nel processo di purificazione, sempre più sgradevole. Ogni tanto sentivo da molto lontano una voce che mi diceva in inglese: «Respira, Momi, respira.» Allora tornavo in me per un istante, mi rendevo conto nuovamente di dov’ero e mi mettevo a respirare, accorgendomi così che fino a quel momento non stavo respirando (non è insolito che negli stati alternativi di coscienza, se si va molto in profondità si verifichino delle apnee più o meno lunghe, o il respiro diventi quasi impercettibile). «Sii responsabile di te stesso Momi» continuava la voce, sempre in inglese, «riprendi il controllo, respira.» Oppure diceva «Ascolta i canti, lasciati guidare dai canti.» Io respiravo per un po’, mi focalizzavo sull’ascolto degli icaros e venivo velocemente risucchiato dal mio viaggio. Il mio corpo perciò si lasciava andare, magari mi veniva istintivo in quel momento afferrare qualcosa come per attutire una caduta, ma in realtà avevo afferrato il braccio della persona accanto, disturbando il suo viaggio. Quello stato durò credo due o tre ore. Come mi raccontò in seguito  la mia amica, che era seduta vicino a me, anche gli officianti erano preoccupati e sembravano non sapere come farmi tornare, tanto che la coinvolsero chiedendole se era in grado di aiutarmi. Lei stava facendo a sua volta un viaggio non facile, come spesso succede con l’Ayahuasca, e visse con molta ansia e preoccupazione quello che mi stava accadendo. Arrivò a temere che non mi sarei ripreso. Ho un vago ricordo di diversi momenti in cui qualcuno degli officianti veniva a dirmi qualcosa nel tentativo di farmi tornare in me, ma l’effetto durava però solo pochi minuti. A un certo punto cercai di chiamare Kryon e gli Arcangeli per avere una guida. In fondo ero venuto in Perù, per così dire, sotto la loro protezione. Ma la voce mi disse che anche il mio attaccamento a Kryon e agli Arcangeli faceva parte dell’aspetto umano, e perciò dovevo vomitare anche quello. Poi non so cosa successe. Ricordo vagamente solo alcuni frammenti di visioni o di situazioni. Chiesi comunque agli esseri incorporei e a Madre Ayahuasca di essere aiutato a fare quel percorso di spersonalizzazione, se era necessario, perché da solo sentivo di non farcela: avevo ancora troppe resistenze, troppi attaccamenti alla condizione umana e, soprattutto, alla mia attuale identità. Iniziai ad avere la sensazione che stessi entrando in un Inferno abilmente mascherato da Paradiso, e una parte di me era terrificata. Ma tutto nel ricordo è estremamente confuso. A un certo punto mi resi conto di avere molto freddo. E il freddo mi fece tornare presente. Sul momento pensai che fosse un freddo legato alle visioni che stavo vivendo, che magari fossi tornato nella tribù primitiva, ma poi mi resi conto che era proprio il mio corpo fisico ad avere freddo nella abituale realtà. Non sapevo dov’ero. Mi toccai le gambe e mi accorsi di non avere i pantaloni. Ero in piedi, all’aperto, subito fuori dal maloka, tenuto da due uomini robusti. Dissi qualcosa. «No hablo tua lingua,» fu la risposta. Mi resi conto che era uno dei lavoranti del residence. In quell’istante tornai completamente in me. Ero nuovamente in grado di stare in piedi da solo, per quanto ancora un po’ vacillante. Mi resi conto di essere completamente nudo dalla cintola in giù. Avevo una calza completamente sbrindellata e l’altro piede nudo. Non ero in grado di dire quando mi fossi spogliato e come fossi arrivato là fuori. Ma ero nuovamente totalmente lucido e padrone di me stesso. Una delle officianti mi aiutò a trovare i miei pantaloni e ad infilarmeli e poi mi riaccompagnò nella sala. Mi rimisi seduto al mio posto. Le assicurai che ero di nuovo in me e che andava tutto bene. Cercai gli occhiali e la mia bottiglietta d’acqua, senza trovarli. Il centro della sala sembrava un po’ un campo di battaglia. Alcuni degli officianti stavano finendo di pulire con scope e stracci. Forse io stesso o forse qualcun altro doveva aver rovesciato qualche secchio con il vomito. O chissà cos’altro era successo. Ora però nella sala c’era una calma assoluta e i canti erano dolci e rassicuranti. Sarebbero continuati fino alla fine della cerimonia. Scambiai qualche parola con la mia amica per rassicurarla e accertarmi che anche lei si fosse rasserenata, poi mi dedicai ad ascoltare i canti e a riflettere su quello che era successo.

Inizialmente fui assalito da un senso di amarezza e di autocommiserazione. Pensavo che non mi ero meritato un’esperienza di quel genere. Ero arrabbiato con gli Arcangeli che non mi avevano protetto e mi avevano dato false rassicurazioni. In parte mi sentivo anche ferito nel mio orgoglio, per aver perso il controllo al punto da essermi spogliato nel corso della cerimonia. E mi sembrava che il mio viaggio in Perù fosse ormai rovinato, visto che avevo appena iniziato un seminario in gran parte basato sull’assunzione delle piante sacre e ritenevo probabile che, visto come era andata la mia prima esperienza, gli organizzatori mi avrebbero chiesto di non partecipare alle altre cerimonie. Poi per fortuna mi resi velocemente conto che erano proprio quel tipo di pensieri e di emozioni le parti umane che andavano abbandonate. Anche se ancora non capivo cosa fosse successo, né perché, potevo comunque essere orgoglioso di avere superato quella prova senza apparenti danni residui. In fondo mi sentivo molto bene, mentalmente e fisicamente. Dovevo solo prendermi il tempo per elaborare il mio viaggio con l’Ayahuasca, e gli Arcangeli mi rassicurarono subito che mi avrebbero aiutato a capire quell’esperienza, che le cose erano andate come dovevano andare ma che ci voleva una certa gradualità perché potessi comprendere il quadro generale, che era piuttosto diverso da quello che avei potuto immaginare. La cerimonia continuò ancora per un’oretta e terminò verso le quattro e mezzo del mattino. Praticamente il mio horror tour era durato più o meno cinque ore. L’aria fuori era fresca ma gradevole e stava per fare giorno. La vista dell’imponente profilo ancora scuro delle Ande attorno a noi mi rinvigorì. Io e la mia amica ci fermammo sul terrazzino a fumare una sigaretta e a scambiare le prime impressioni. Lei a quel punto sembrava più turbata di me, aveva ancora un po’ di nausea e decidemmo di dormire insieme nella stessa stanza, come se ancora dovessimo proteggerci da qualcosa o da qualcuno.

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3 commenti su “Viaggio in Perù. 5: Ayahuasca Horror Tour

  1. MARIANO il said:

    CARO MOMI VORREI INTRAPRENDERE ANCHE IO QUESTO MISTICO VIAGGIO X LA MIA CONOSCENZA DI ME
    VORREI SAPERNE DI PIU’
    TIPO L’ITINERARIO DI PARTENZA ARRIVO IN QUALE CITTA’ SEI APPRODATO E A CHE GUIDA TI SEI AFFIDATO
    GRAZIE IN ATTESA DEI TUOI DATI

    • alessandro il said:

      che dire …hai avuto una grande esperienza. Sei riuscito, attraverso alla sofferenza del corpo, toccare e vivere emozioni fuori da questa dimensione. Ho fatto anch’io, per diverse volte, questa esperienza e ti posso assicurare che arrivati ad un certo punto hai rafforzato il tuo sentire dell’anima e che è difficile spiegarne l’esperienza. Non abbandonare questa possibilità e ti posso garantire che il suo continuare, con la medicina, e abbandonarsi ad essa ti porta a esperimentare cose che impiegheresti anni di processi spirituali .

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